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Marzo 2018: i preferiti.


Marzo 2018: i preferiti.

IL DIAVOLO (Diabel 1972, 119') – Andrzej Żuławski.


Żuławski è uno dei registi che più temo.
Temo la sua capacità di creare un'aura contorta attorno alle sue pellicole tale che la visione diventa a tratti fastidiosa. Questo film in particolare, essendo un punto di svolta (soprattutto formale), estremizza alcune delle caratteristiche tipiche del regista, le accentua; a differenza di Possession c'è meno maturità, meno ponderazione: si assiste al delirio di un folle della macchina da presa, la quale segue i personaggi per poi scavalcarli e sostituirsi ad essi (generando uno scarto tra l'inquadratura oggettiva e quella soggettiva in maniera piuttosto brusca). Il delirio di un folle del montaggio – anche. 
Da sottolineare, infine, la presenza di un personaggio al quale Sokurov deve essersi ispirato parecchio per il suo Faust: il diavolo. Un personaggio palesemente caotico che però non diventa mai caricaturale o eccessivamente fantastico: parla velocemente, sibila, scompare per poi ricomparire dopo diverse sequenze; la sua presenza si avverte anche quando non è presente fisicamente. Se nel film di Sokurov la distorsione tipica del regista russo subentra in maniera incisiva nei momenti in cui Mefistofele è sullo schermo, in Diabel il caos è totale, costante. Ogni cosa nel film è caotica. Ogni cosa.
Sig. Żuławski, io la temo, e la ringrazio tanto per questo.



LUCI DELLA CITTA' (City lights 1931, 87') – Charlie Chaplin.


Arriva il sonoro, ma Chaplin non ci sta. O meglio, ci sta a metà. Sono le parole che proprio non vuole utilizzare, in questo Luci della città. Esse vengono sostituite da pernacchie, da buffi suoni che paradossalmente può permettersi di sfruttare proprio grazie all'avvento di una delle più grandi innovazioni tecniche (se non la più grande) riguardanti la settima arte. L'infinita sequenza di gag di carattere diverso ma aventi in comune una strabiliante costruzione coreografica e una scansione ritmica perfetta fanno del film un'esperienza che non si ferma mai, che non cala mai di tono, che non smette di dare input allo spettatore neanche per un secondo. Chaplin però non è solo "divertente"; è politico, romantico, fortemente malinconico. Il finale? Uno dei più belli che io abbia mai visto.

GRIZZLY MAN (2005, 103') – Werner Herzog.

Un regista/narratore che al misticismo romantico, esibizionista e incosciente di Treadwell oppone, con lucido realismo, le sue idee sulla Natura che non è armonia, ma caos, cecità, quotidiana lotta per la sopravvivenza. [...] È lui, filmato di spalle mentre ascolta in cuffia il nastro (contenente la registrazione degli ultimi momenti di Tradwell e della sua fidanzata, divorati da un orso [n.d.r.]), che raccomanda all'ex compagna di Treadwell di non ascoltarlo mai, anzi di distruggerlo. Qui emerge l'etica di Grizzly Man che contribuisce alla sua grandezza.
tratto da Il Morandini.

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