Dicembre 2017: i preferiti. - La tomba per le lucciole

Dicembre 2017: i preferiti.


FAUST (2011) – Aleksandr Sokurov.


Una figura conosciuta da tutti, un'opera (quella di Goethe) con la quale ognuno (anche se solo in ambito scolastico) ha avuto a che fare. Eppure guardando questa pellicola non c'è nient'altro che Sokurov. Proprio come i magnifici capolavori di Tarr e Tarkovskij tratti da opere letterarie, ciò che si avverte non è una banale "conversione" di un testo scritto su pellicola (cosa che purtroppo un'infinità di registi fanno, non accorgendosi, spesso, di relegare gli strumenti del cinema a dei semplici supporti per un'altra arte: la letteratura, appunto) ma una creazione puramente cinematografica nella quale lo stile dell'autore è presente in ogni inquadratura. Lenti deformanti schiacciano un mondo gettato in un caos fortemente percepibile ma così magistralmente inscenato da non essere strabordante; è un arzillo e anziano Mefistofele a turbare gli equilibri di ogni luogo nel quale accompagna l'avido Faust: un portatore di scompiglio inattivo, che non agisce mai in maniera diretta e che si carica di un'inquietante aura degna del diavolo. Un ritmo estremamente serrato caratterizza questa pellicola, ricca di dialoghi e dal montaggio frenetico, i quali elementi contribuiscono costantemente a creare una sensazione di instabilità che si riversa nella regia quanto nella fotografia e, di conseguenza, nello spettatore. 

ANDREJ RUBLËV (1966) – ANDREJ TARKOVSKIJ.


Un film difficile questo, il più eloquente del regista: richiede molta attenzione da parte dello spettatore, il quale deve essere pronto a ricevere una quantità enorme di macigni (visivi e non) da trasportare fino alla fine della visione. Una volta arrivato, si accorgerà di aver posto le basi per un meraviglioso palazzo. Percorrendo alcuni importanti momenti della vita di Andrej Rublëv, Andrej Tarkovskij riflette sul valore dell'arte, della fede, del lavoro manuale; d'altra parte espone in maniera lucida e a tratti cinica un mondo (quello medievale) fatto di soprusi, devastazione e cieca follia; è la carrellata laterale, il lento moto impresso alla macchina da presa che "scolpisce" (unico verbo utilizzabile quando si parla di questo regista) ed è il bianco e nero che dipinge ogni essere umano ponendolo su una stessa scala tonale. In questo mondo si muove il pittore, che passa dall'avere fiducia nelle persone e nella potenza della fede ad un voto di silenzio. 
La bellezza dell'arte e la passione della creazione, in realtà, sono le sole cose che rimangono di un uomo: il suo lascito. Un lascito dall'uomo per l'uomo. Un lascito che Andrej Rublëv ha dato alla pittura, un lascito che Tarkovskij ha dato al cinema. Un film che, infine, si colora delle pennellate di Rublëv e delle sue icone.

ALMANACCO D'AUTUNNO (Öszi almanach, 1984) – Béla Tarr.


Prima del netto passaggio ad una forma precisa e programmatica, alla quale sempre rimarrà fedele, Béla Tarr si aggira nell'ambito dell'espressionismo quasi, dell'artificiosità palesata attraverso i continui giochi di specchi e le luci innaturali puntate direttamente sui volti dei protagonisti. L'esterno non esiste in Almanacco d'autunno e anticipa uno degli elementi fondamentali dell'opera futura del regista: l'ambiente. L'ambiente come personaggio aggiuntivo, che ingloba e incarcera i protagonisti i quali, incrociandosi a vicenda in tutte le combinazioni possibili, arrivano a scontrarsi: l'unica soluzione alle loro discussioni è la violenza; che si tratti di uomini o di donne, di giovani o di anziani, non ha importanza. L'ambiente diventa astratto, senza coordinate utili allo spettatore: solo un continuo gioco di specchi e di composizioni divise geometricamente da Tarr che sfrutta ogni oggetto presente nella fatiscente casa in stile liberty per sottolineare l'impossibilità di convivenza di questi individui. Un finale meraviglioso, come solo il regista ungherese sa fare, chiude il film e allo stesso tempo una parte del suo percorso artistico il quale, da Perdizione (Kárhozat, 1987) in poi, vedrà un forte stravolgimento stilistico.

MENZIONI SPECIALI:

Essendo stato un mese qualitativamente ricchissimo non posso selezionare esclusivamente tre film da inserire in questo capitolo de "I preferiti": i titoli seguenti rientrano nelle menzioni speciali in quanto prime opere viste, da me, dei relativi registi.

STRAY DOGS (Jiao you, 2013) – Tsai Ming-Liang.



Un cineasta architetto, verrebbe da pensare. Ogni inquadratura ha una costruzione particolare, fortemente scorciata e tenuta in piedi da linee compositive che danno l'idea che ciò davanti al quale ci si trova sia un microcosmo messo su dal regista dentro al quale far vivere i suoi personaggi per tutta la durata delle lunghissime inquadrature fisse che compongono questo Stray Dogs: inquadrature che vengono analizzate centimetro per centimetro (e la loro durata consente tranquillamente questa operazione; costringe, anzi, a scandagliare totalmente il campo) e che danno come non mai un paradossale senso dello scorrere del tempo. Le emozioni dei personaggi vengono riprese nella loro completezza, trasmettendo allo spettatore ogni fase del processo psicologico di un uomo; non solo l'evento, dunque, ma anche un "prima" e un "dopo". Stray Dogs è duro da portare a termine (non quanto l'ultimo film trattato in questo articolo!) e da decifrare: niente viene dato gratuitamente allo spettatore, se non uno sguardo fuori dall'inquadratura e dei volti, la quale interiorità viene messa a nudo come non mai. Si noti infine che la spropositata lunghezza di ogni inquadratura crea implicitamente un mondo al di fuori dello spazio cinematografico. Un mondo che si muove: la vita.

IL SAPORE DELLA CILIEGIA (Ta'm-e gīlās, 1997) – Abbas Kiarostami.



Questo film da una risposta (o comunque tenta di darla) ad un quesito fondamentale dell'essere umano: "Qual è il senso della vita?". Basterebbe solo questo a spingere chiunque a guardare questa pellicola senza esitazione. Girato in maniera essenziale, con una semplice alternanza di inquadrature lunghe su una macchina in cammino e primi piani del guidatore protagonista: un uomo che ha scelto di suicidarsi. Ha a che fare con 3 persone, le quali reagiscono in modo diverso (ovviamente) davanti alla sua scelta. Uno di loro, però, ha già tentato il suicido in gioventù e racconta la sua storia al protagonista: la storia di quando il sapore di una ciliegia gli "impedì" di togliersi la vita. La purezza di questo film va oltre ogni immaginazione: la semplicità e il realismo della messa in scena e dei dialoghi fanno di quest'opera qualcosa con la quale è impossibile non instaurare un forte legame. La bellezza del mondo racchiusa in un albero di gelso.

CENTURY OF BIRTHING (Siglo ng pagluluwal, 2011) – Lav Diaz.


360 minuti. Questa è la durata di Century of birthing; un'opera che non permettere di essere vista ma impone di essere vissuta: solo attraverso la totale immersione nelle acque di questo lunghissimo film è possibile riuscire ad uscirne purificati, rinati. Una rinascita che in primis porta a rielaborare totalmente la percezione del cinema e che, nel mio caso, ha portato ad una condizione di grande fascino verso la personalità di Lav Diaz. Ogni inquadratura smette, ad un certo punto, di essere frammento di un mosaico per diventare mosaico essa stessa. Così facendo ogni momento in Century of birthing diventa essenziale, potente e ipnotico. Il regista sfrutta i tempi morti e non permette che il film si fermi mai realmente: la sua è una ricerca cinematografica che si proietta in uno dei protagonisti (che è anch'esso regista) il quale a sua volta cerca disperatamente di dare forma – in fase di montaggio – alla sua ultima opera. Probabilmente non dovrebbe essere il primo film da guardare quando ci si avvicina a questo autore: guardare un'opera metacinematografica che è anche una sorta di "dichiarazione d'intenti" potrebbe essere più fruttuoso alla luce di una conoscenza più solida del cineasta. Di certo una pellicola che non può lasciare indifferenti e che imprime nella mente dello spettatore, come un tatuaggio virtuale, ognuno dei suoi 360 minuti.


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