[LIBRI IN DETTAGLIO] "Il Signore degli Anelli": Erbe aromatiche e stufato di coniglio. - La tomba per le lucciole

[LIBRI IN DETTAGLIO] "Il Signore degli Anelli": Erbe aromatiche e stufato di coniglio.


Un titolo molto particolare quello del IV capitolo - Libro II della parte centrale della trilogia – almeno a livello editoriale – del romanzo di J.R.R. Tolkien: un titolo non scelto a caso dunque, che spicca all'interno del libro sebbene ai molti potrebbe sembrare addirittura superfluo.

Nota: per la citazione dei capitoli presi in esame faccio riferimento a: TOLKIEN J.R.R., Le due torri - Il signore degli anelli: parte II, Milano, Bompiani, 2012pp. 389-410


Partire quindi dalla contestualizzazione del titolo è essenziale per avere una chiave di lettura necessaria a non indurre nell'errato pensiero che questo sia un semplice delirio letterario di Tolkien che, per quanto prolisso e minuzioso, non è certo superficiale e sperfluo nella composizione della sua seconda opera più grande.

La scelta di intitolare questo capitolo rimandando al cibo è un chiaro segno dell'estraneità – relativamente parlando – del breve sipario di cui Sam, Frodo e Gollum sono protagonisti rispetto alla situazione generale nella quale essi, come altri personaggi(che appariranno solo nelle ultime pagine di questa sezione) sono calati. Dunque una boccata d'aria fresca nei marasmi delle terre battute dalla guerra, un momento di ritorno – seppur solo spirituale – a casa. Un momento nel quale anche la creatura che più è stata corrotta dall'anello lascia spazio alla sua parte "Servìle"(nel libro Sam chiama Gollum con due nomi diversi a seconda dell suo modo di comportarsi: "Servìle" e "Scurrile").

Erano felici che l'ora fatidica fosse stata rinviata, felici di attraversare una terra che solo da pochi anni soggiaceva all'Oscuro Signore e non era del tutto caduta in rovina. Ma non dimenticavano il pericolo che correvano, né il Cancello Nero ancor troppo vicino, se pur nascosto dietro cupe alture.

Tolkien scrive dunque questa parte di storia per smorzare un momento particolare all'interno del secondo libro della trilogia, che più di tutti risulta cupo e denso essendo parte centrale della vicenda e che quindi non può "godere" di un inizio o una fine tranquilla e serena. Una lettura priva di alcuni momenti tipici del professore, più Hobbit che Uomo, avrebbe portato ad uno stress psicologico eccessivo, imbrunendo di molto i toni del libro, che seppur narrante una storia di un tiranno aspirante al dominio del pianeta ci ricorda sempre che il male non esiste in quanto essenza creatrice, ma solo corruttrice del bene.
Il contrasto che si viene quindi a creare è quello tra un ambiente che appare, seppur in piccola scala, ricco di alberi, fiori(che lo scrittore non si esime dal descrivere minuziosamente in misure, quantità e specie) e vita non contaminata, circondato dall'operato delle potenze del male.

All'interno di questo piccolo Eden vi è uno dei momenti più leggeri di tutta l'opera: lo stufato di coniglio cucinato da Sam grazie all'aiuto di Sméagol/Servile per un Frodo che inizia seriamente ad accusare il peso dell'Anello e del suo potere man mano che ci si avvicina alla terra di Sauron; egli qui, però, perde la sua connotazione(costante nel libro) di personaggio sofferente e piagato dal suo fardello, per lasciar spazio alla descrizione dei suoi momenti sereni, durante il sonno.

Il volto di Frodo era pacifico, le tracce della paura e dell'inquietudine erano scomparse; eppure sembrava un viso anziano, anziano e bello, come se lo scalpello degli anni si rivelasse ora in molte minute rughe prima nascoste, pur senza cambiarne la fisionomia.

Il professore costruisce uno spaccato di vista (quasi) quotidiana, con battute, momenti di quiete, di sincera pace, sottolineando più volte la condizione ideale nella sua visione del mondo: un mondo sostanzialmente Hobbit, fatto di alberi, centinaia di alberi, passeggiate, sole, cibo caldo e compagnia.

Vide [Sam] il sole in quel momento emergere dalle esalazioni, nebbie, o scure ombre che sovrastavano sempre l'Oriente, e proiettare i raggi dorati sugli alberi e le radure tutt'intorno. 

Un capitolo estremamente importante questo, tra i più forti a livello emotivo seppur in maniera implicita, carico del più importante elemento della poetica Tolkeniana, esposto con magistrale semplicità e assolutamente funzionale per la storia: nelle ultime pagine infatti avviene uno degli incontri più importanti per i due Hobbit, che ancora una volta, nello stile di questo spaccato, esalta la cortesia dei Mezzuomini in un luogo che tutto è tranne che cortese.

In questo specifico capitolo, seppur lo scrittore non manchi di ricordare che si tratta di una situazione di breve durata e di non ampia scala, non c'è spazio per il Male.


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