[RECENSIONE]"Il silenzio sul mare": la poetica del silenzio. - La tomba per le lucciole

[RECENSIONE]"Il silenzio sul mare": la poetica del silenzio.



SCHEDA FILM

  • TITOLO: Il silenzio sul mare(Ano natsu, ichiban shizukana umi)
  • DATA DI USCITA: 1991
  • REGIA: Takeshi Kitano
  • SCENEGGIATURA: Takeshi Kitano
  • TRAMA: 
Shigeru è uno spazzino sordomuto che, con l'appoggio e il supporto della sua ragazza, Takako, anche lei sordomuta, dopo aver trovato una tavola da surf rotta, passa l'estate ad imparare quello sport.

Alla luce di quanto scritto qua sopra per quanto riguarda la trama è chiaro come l'intento primo di Kitano sia quello di concentrare il suo occhio di regista sulla contemplazione e sul silenzio, con lo sguardo semplice e ingenuo di chi non può né sentire né parlare. Ciò implica una struttura peculiare ed incredibilmente potente sul piano emotivo.

Lo spettatore non ha nessun elemento pratico per poter decifrare le sensazioni e le azioni stesse dei protagonisti che, mossi da un qualcosa che non è dato sapere, si spostano nello spazio e nel tempo di questa storia che non si serve di nessun elemento narrativo che possa romanzarla, lasciando che gli eventi si snodino secondo un ordine così naturale e semplice da essere, paradossalmente, disarmante

Esprimere le cose con semplicità è la cosa più difficile. Ma se i registi giapponesi hanno questa tendenza ad andare verso l'astrazione, è perché vogliono fuggire la semplicità e la purezza. Per me, l'astrazione e la semplicità sono due cose opposte.

Proprio questo film a mio avviso è il più semplice e puro di tutta la filmografia di Kitano, che si abbandona totalmente alle sensazioni, alla purezza concettuale che solo un grande regista come lui può raggiungere.

Purezza che coincide con semplicità. Semplicità che non è per nulla facile da raggiungere, che anzi quasi sempre viene tralasciata per dare spazio a minestroni intellettualoidi che spesso e volentieri perdono totalmente il punto della situazione, presentandosi come un guazzabuglio di concetti che mistificano il presunto senso dell'opera attraverso un  acido marasma di parole, suoni e immagini. 
Takeshi Kitano invece sembra veramente avere il "dono" della semplicità, della limpidità nelle inquadrature, nelle storie, che, anche in casi più peculiari come in "Hana-bi: fiori di fuoco"(Hana-bi)(1997), nel quale è presente una maggiore costruzione e artificiosità, sono - e sanno di essere - delle gemme del colore stesso del mare.


Non vi sono inquadrature da applausi in questa pellicola: non vogliono essercene. L'essenzialità della storia raccontata si ripercuote su tutto il comparto tecnico, che è più contenuto che mai. La macchina da presa è sempre ferma, si muove in orizzontale solo in alcune circostanze(ricorrenti tra l'altro), passa da campi lunghi a primi piani molto raramente e, ovviamente, dedica quasi tutta la sua attenzione al mare

Mare che non diventa mai protagonista attivo, mai un punto da cui guardare indietro, quanto piuttosto una punto di confine. Più volte vengono inquadrati i volti dei due protagonisti, in particolare di Shigeru, completamente assorti nella contemplazione del mare; mai però vi sono inquadrature dal punto di vista di lui in mare. Takeshi Kitano dunque sottolinea quanto il suo elemento cinematografico preferito - il mare - sia qualcosa che in un certo senso vada temuto, per la sua magnificenza e allo stesso tempo terribile imponenza.
Detto questo e alla luce della condizione dei due protagonisti, è facilmente intuibile che gran parte di ciò che si svolge nel film è fuori campo, in quanto un'impostazione in soggettiva avrebbe portato ad un film senza audio. I dialoghi dunque si specchiano negli occhi e negli atteggiamenti dei due fidanzati, che sono costantemente sottoposti allo sguardo fisso della macchina da presa la quale non ha davvero difficoltà ad acciuffare le sensazioni, gli sguardi, i sorrisi appena accennati.
Le pochissime effettive azioni di questo film sono ripetute decine di volte al suo interno, variate leggermente di volta in volta per far sì che lo spettatore possa cogliere il cambiamento rispetto all'analoga - o quasi - scena precedente, che seppur simile alla precedente e alla successiva acquista una propria personalità narrativa. 

Joe Hisaishi, qui alla prima collaborazione con Kitano, confeziona una colonna sonora che non diventa mai vera protagonista di un racconto che predilige il silenzio, ma si fa portatrice di piccoli motivi che accompagnano la storia senza mai raccontarla in maniera prepotente. Una colonna sonora di una dolcezza disarmante, che definirei "leggera" in tutte le accezioni positive che questa parola ha.


"Il silenzio sul mare" è un film sulla ricerca dell'armonia e del proprio posto nel mondo.
A partire da Shigeru, che scopre di sentirsi a proprio agio nella vita solo quanto è in acqua sulla sua vecchia e rotta tavola da surf - non a caso il suoi collega spazzino, notando la sua fiacchezza nello svolgere il proprio lavoro, gli fa notare il suo essere "un pesce fuor d'acqua" in quell'ambiente.

Come fa notare Vincenzo Buccheri in "Takeshi Kitanoil film è fondato sul concetto di avvicinamento, che viene espresso attraverso le inquadrature che vedono inizialmente i due protagonisti rappresentati come unico elemento della scena in contrapposizione ad un gruppo di surfisti che condividono con loro la spiaggia, e che successivamente iniziano a coprire spazi più ampi e a "concedere" a più persone di entrare nello spazio cinematografico(emblematica è la foto di gruppo verso la fine della pellicola). 

VINCENZO BUCCHERI, Takeshi Kitano, Milano, Il castoro, 2001, p. 60

La ricerca del proprio posto nella natura è qualcosa che dalla sfera della quotidianità si espande a quella dell'amicizia, dell'amore: quell'amore che Shigeru sembra non esprimere per tutta la durata del film e del quale Takako incarna la vera essenza: è lei a stare sempre vicino al suo ragazzo, a piegare i suoi vestiti, a fissarlo per ore sulla tavola da surf, ad accompagnarlo senza sosta verso il mare, e poi fino a casa.

L'amore dei due, mai stucchevole e fastidioso, ridondante o stereotipato, e mai esplicitamente espresso attraverso i consueti gesti - baci, sguardi intensi eccetera - diventa palpabile seppur non visibile.

In conclusione, un film con il quale Takeshi Kitano tocca l'anima di tutti, con i suoi personaggi che non hanno niente da dire o da sentire, ma solo da contemplare. Una contemplazione sul mare, su quell'entità generatrice a cui il maestro è sempre stato attaccato e che ha sempre temuto, ma dal quale non è mai riuscito a discostarsi. Una contemplazione sull'amore e sull'assenza di limiti dei due fidanzati il quale sentimento trascende le parole, ma è racchiuso nei piccoli attimi nei quali la loro comunione è data da una semplice passeggiata, da un minuto di attesa, da un sassolino contro la finestra. In silenzio, sul mare.
tranne nello splendido finale nel quale i lunghi flashback riguardanti i momenti di gioia, felicità, gioco, dolcezza tra i due non faranno altro che coronare tutto ciò che si è visto in precedenza, esaltando addirittura i gesti visti durante la pellicola, all'inizio poco chiari, alla fine incredibilmente delicati.



Se acquistate dai link qua sotto ci viene riconosciuta una piccola percentuale da Amazon:

Nessun commento

Powered by Blogger.