[RECENSIONE] "La frusta e il corpo": gotico e masochismo. - La tomba per le lucciole

[RECENSIONE] "La frusta e il corpo": gotico e masochismo.


SCHEDA FILM

  • TITOLO: La frusta e il corpo
  • DATA DI USCITA: 1963
  • REGIA: Mario Bava(John M. Old)
  • SCENEGGIATURA: Ernesto Gastaldi(Julian Berry), Ugo Guerra(Robert Hugo), Luciano Martino(Martin Hardy)
  • TRAMA: 
La storia ruota attorno al morboso rapporto tra il barone Kurt Menliff e sua cognata Nevenka. Subito dopo la morte di Kurt per mano di un misterioso assassino, il suo fantasma tormenterà tutti i presenti nella magione di famiglia.

Non ci si stanca mai abbastanza di dire che Mario Bava è il maestro assoluto del gotico, lo ribadisco dunque parlando di questo cult assoluto: La frusta e il corpo.

Sottolineo che la trama del film in questione è esattamente quella scritta qualche rigo sopra, né più e né meno. La pellicola non ruota attorno – nel modo più assoluto – allo sviluppo narrativo, non ha colpi di scena, particolari evoluzioni, intrecci, complicazioni, buchi. Ciò che vediamo è la più pura esaltazione dell'estetica gotica e dell'horror inteso come crogiolo di sensazioni, visioni, suoni

La regia del maestro è ineccepibile. Lenta, con lunghi piani sequenza che si soffermano più volte su uno spazio che lo spettatore è portato ad analizzare senza fretta alcuna, trovandosi paradossalmente più volte a volere che finisca, data la grande qualità della componente ansiogena della pellicola. Il montaggio non accelera mai i tempi – seppur il film duri "poco" – ma asseconda il susseguirsi degli eventi senza tuffarsi in maniera troppo vivace e violenta in scene adrenaliniche e convulse: il regista sa bene come gestire i tempi, incutere paura e creare tensione, abilità – quella di "controllare" il corso degli eventi – decisamente non da poco.


Ad una regia senza sbavature si aggiunge la fotografia gestita da Ubaldo Terzano, collaboratore del regista nei suoi più grandi film, che conferisce alla magione un'aspetto terrificante e utilizza fari di colori diversi per creare un'atmosfera gotica pura, colorata eppur spaventosa. I personaggi si muovono attraverso luci di colore verde, poi azzurre, poi rosse, in unici piani sequenza che evidenziano man mano diversi punti del loro viso, della loro gestualità, delle loro emozioni. Una luce penetrante, che buca lo schermo ed entra nella mente dello spettatore che ha a che fare con una messa in scena unica nella storia del cinema. 

Mario Bava racconta una storia molto particolare nella sua semplicità, affrontando un tema – quello dell'amore masochista – in un periodo nel quale certe cose non facevano parte della quotidianità, e lo fa con un film di genere, che può permettersi il "lusso" di sfruttare i suoi stilemi tipici per veicolare un messaggio che abbia un impatto maggiore sullo spettatore. 

Questo sotto-testo può essere facilmente trovato nel film in quanto palese, eppure ribadisco che ciò non è il fulcro del prodotto di cui sto parlando. Bava veicola un messaggio molto importante, ma non fonda il suo film su di esso.

Tra le perfomances attoriali brilla di certo sir Christopher Lee, che fornisce un'interpretazione che chiama a raccolta tutto il suo carisma e la sua mono-espressività, perfettamente incastrata in un contesto dove l'esaltazione della prova attoriale avrebbe portato a picchi di drammaticità eccessivi e fuori contesto a causa dell'ambiente che si crea durante la pellicola.


Verrebbe da dire che La frusta e il corpo sia un film fatto di cliché, e tale affermazione non può, di fatto, essere smentita, se non sottolineando il contesto storico del quale la pellicola fa parte. Il regista sfrutta alcuni stratagemmi e fa leva su alcuni punti essenziali della natura umana per far paura nel modo più "semplice" possibile. Semplice, ma non banale, in quanto tali stratagemmi, nel 1963, non erano così tanto scontati come lo sono oggi per noi, dopo 50 anni. Le paure ancestrali dei protagonisti sono le stesse degli spettatori degli anni '60, come quelle degli spettatori dei nostri giorni, i quali, "anestetizzati" dal grande bagaglio cinematografico horror che è esploso proprio dopo la produzione "Baviana", potranno approcciarsi all'opera consci di alcune meccaniche che, da quegli anni in poi, sono diventate, appunto, dei cliché, e sarà capace di ammirarne la messa in atto piuttosto che l'effettiva potenza espressiva verso il fruitore.

La "magia" dei film del maestro sta proprio in questo: è possibile analizzare in tale prodotto come nasce l'horror, come si sviluppa, attraverso cosa è capace di far paura, di creare angoscia, di tenere alta la tensione, con strumenti che non si servono di "magia", come accade davvero troppo spesso nella produzione di questo genere, ma utilizzano messi e applicano soluzioni di una tale semplicità che proprio nel suo essere "semplice" diventa vera e propria "magia". La magia vera non è quella rappresentata dalla bambina posseduta di turno in computer grafica che sale sui muri e spara palle di fuoco. E' una porta che sbatte al momento giusto, una pallina che rimbalza in un corridoio, un fendente di luce sugli occhi di un uomo.

In conclusione, La frusta e il corpo non è il miglior film di Mario Bava, e questo è tutto dire. L'assenza totale della parte narrativa risulta essere l'unico vero punto a sfavore di un prodotto che sarebbe potuto essere – proprio con l'aggiunta di tale componente – qualcosa di molto più grande. A ciò penserà qualche anno dopo Operazione paura.



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