[PARLIAMO DI CINEMA] "Padre e figlia": una bicicletta che scandisce il tempo. - La tomba per le lucciole

[PARLIAMO DI CINEMA] "Padre e figlia": una bicicletta che scandisce il tempo.



Guardai questo cortometraggio per caso, senza sapere cosa aspettarmi e soprattutto senza conoscere Michaël Dudok de Wit. Ne sono rimasto estremamente colpito ed è per questo che sono qui a parlarne - seppur molto brevemente.

Consiglio vivamente di guardarlo prima di leggere questo articolo. Prendete 8 minuti del vostro tempo e dedicateglieli, ne varrà la pena.

"Padre e figlia" è un cortometraggio del 2000, del regista conosciuto soprattutto per aver diretto "La tartaruga rossa"(Reddo Tātoru: Aru Shima no Monogatari)(2016), film d'animazione candidato a questi ultimi Academy Awards, sconfitto da "Zootropolis"(Zootopia)(2016), della durata di 8 minuti e 30 secondi, che ha vinto 20 premi in diverse competizioni e diverse nominations(allego il link di IMDB con la lista in dettaglio, per chi volesse consultarla).

Il soggetto di questo corto è il più semplice del mondo: un padre saluta la sua bambina e parte per un viaggio in barca(non si sa dove/perché). La bambina cresce, diventa adulta, con una famiglia, poi anziana, eppure la mancanza del padre non la abbandona, e la fa tornare, attraverso i giorni, le stagioni, gli anni, sulle rive di quella spiaggia. Col passare degli anni le acque lasciano il posto ad uno spazio terroso ricco d'erba, nel quale l'anziana signora troverà la barca del suo oramai defunto padre. Si addormenta in quello che rimane dell'imbarcazione e, svegliatasi(in un sogno, oppure nell'aldilà?) vede suo padre. Camminando verso di lui la vita si riavvolge facendola tornare nel fiore della giovinezza, e, allo stesso modo in cui si salutarono molti anni prima, si abbracciano.


Una storia scandita da una bicicletta con la quale, attraverso il tempo, la ragazza passa da quella spiaggia, da sola, in compagnia, da giovane, da anziana. Una bicicletta che con le sue ruote non fa altro che sottolineare la circolarità della natura e del suo corso, enfatizzata dall'alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte.

Il regista non vuole fare del sentimento della mancanza un iperbole per accentuarne l'impatto sul pubblico, ma tratta con rispetto la materia senza farla apparire come eccessivamente melodrammatica: i momenti di nostalgia e le emozioni della protagonista non sono compresse in questi pochi minuti, ma sono alternate a momenti nella quale la vediamo in compagnia, e il fatto stesso che la si veda crescere non è altro che un modo per dirci che oltre lo schermo la sua vita è andata avanti. Nulla di tutto ciò però potrà mai togliere dal suo cuore la figura del padre remante e diventante sempre più piccolo nell'immenso mare bianco.

Proprio così, ciò che più mi ha colpito - a livello artistico/tecnico - è l'estrema vicinanza dello stile del regista/disegnatore con quello giapponese e di conseguenza il suo rapporto con gli spazi bianchi
A differenza di noi occidentali, discendenti da una tradizione che risale all'antica Grecia, che siamo cresciuti e vissuti artisticamente - e lo siamo tutt'ora -  con il terrore dello spazio vuoto(horror vacui), Michaël Dudok de Wit riprende lo stile nipponico lasciando lo spazio di lavoro per gran parte bianco. Si gioca dunque sul rapporto tra le ombre e le linee in funzione proprio di questo spazio, del quale gli orientali non hanno "paura", ma abbracciano in tutta la sua universalità. Proprio seguendo questa impostazione il cortometraggio trascende quello che è l'impatto realistico per restituire allo spettatore una sensazione che viene fuori dallo schermo ed entra nella mente e nel cuore di chi guarda - e ascolta.

Delle musiche splendide seguono il mutare e il susseguirsi degli eventi, che si concludono con una scena incredibile e meravigliosamente potente. 
Certo, l'argomento trattato non è il più originale del mondo e di certo il regista olandese non è stato il primo a raccontarlo, ma ciò che differenzia questo corto dagli altri prodotti del genere è l'estrema abilità nel saper gestire in così poco tempo una storia che abbraccia una vita intera, raccontata con una semplicità così spiazzante da non poter passare inosservata. Ancora una volta ciò che prevale è il modo di saper raccontare le storie, piuttosto che le storie in sé

Perché esse sono alla portata di tutti, ma non tutti possono raccontarle.


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