[LIBRI IN DETTAGLIO] "Il Signore degli Anelli": Monte Fato. - La tomba per le lucciole

[LIBRI IN DETTAGLIO] "Il Signore degli Anelli": Monte Fato.


Inauguro questa nuova rubrica in concomitanza con il "Tolkien Reading Day" sperando di poter contribuire, nel mio piccolo, a questa splendida iniziativa che da quasi 15 anni porta l'universo di J.R.R. Tolkien in tutto il mondo cercando di celebrare e promuovere quanto più possibile la sua vita e le sue opere. 

Per questo primo articolo della rubrica parlerò de "Il Signore degli Anelli"(J.R.R. Tolkien) - Parte III - Libro II - Capitolo III: Monte Fato.

Per la citazione dei capitoli presi in esame faccio riferimento a: TOLKIEN J.R.R., Il ritorno del re - Il signore degli anelli: parte III, Milano, Bompiani, 2012, pp. 311-333

Il 25 Marzo del 3019 della Terza Era, dunque, Frodo e Sam arrivano nella voragine del Monte Fato per porre fine a quel lungo viaggio iniziato il 23 settembre 3018, quando Frodo lasciò Casa Baggins. 

Il capitolo in questione è tra i più tesi e dolorosi dell'intera storia dell'Anello, in quanto Tolkien si concentra molto sull'ambiente soporifero della terra dell'Ombra e sulla stanchezza estrema dei due personaggi, che a corto di acqua e di cibo si ritrovano a dover attraversare un grande spazio desertico permeato di esalazioni velenose, crepe, rocce e oscurità. Una minuziosa descrizione dell'ambiente si alterna con un insistente focus sulla debolezza di Frodo - oramai portatore dell'Anello da diversi mesi, calato in un ambiente che più di tutti gli altri richiama a sé il potere dell'oggetto magico, privo di volontà e piegato dal peso di un fardello che diventa sempre più insostenibile man mano che ci si avvicina al luogo in cui esso venne forgiato - e sulla forza di volontà di Sam, che non appesantito dalla malvagità del gioiello, diventa il vero protagonista di questo capitolo e di questa parte del racconto.


Sam cercò di calcolare le distanze e di decidere la via da percorrere. «Sembrano cinquanta miglia, e non un passo di meno», borbottò sconfortato,osservando la montagna minacciosa, «e ci vorrà una settimana, se normalmente ci vuole un giorno, con il signor Frodo in questo stato». Scosse il capo, e mentre rifletteva, improvvisamente gli venne in mente un altro tetro pensiero. La speranza non aveva mai abbandonato a lungo il suo cuore ottimista, sempre volto al ritorno. Ma l'amara verità si rivelò a un tratto: nella migliore delle ipotesi, le provviste potevano nutrirli sino all'obiettivo, ma dopo aver compiuto il loro dovere si sarebbero trovati soli, senza casa, senza cibo, in mezzo a un terribile deserto. Non vi era speranza di ritorno. 
 «Era dunque questo il lavoro che sentivo essermi destinato», pensò Sam: «aiutare il signor Frodo sino all'ultimo passo e poi morire con lui? Ebbene, se questo è il mio compito, lo farò. Ma avrei tanto desiderato rivedere Lungacque, e Rosie Cotton e i suoi fratelli, ed il Gaffiere, e Begonia e tutti gli altri. Non riesco a credere che Gandalf avrebbe incaricato il signor Frodo di questa missione se non vi fosse stata alcuna speranza di ritorno. Le cose si sono messe male quando egli cadde laggiù a Moria. Che cosa non darei perché non fosse accaduto! Lui sì che ci avrebbe aiutati, in qualche modo!».
 Ma mentre la speranza moriva nel cuore di Sam, o sembrava morire, essa si trasformò in una nuova forza. Il semplice viso dello Hobbit Sam divenne deciso, quasi severo, ed in lui la volontà si rinforzò, mentre le sue membra erano percorse da un fremito, ed egli si sentì come trasformato in un essere di roccia e d'acciaio che né la disperazione, né la stanchezza, né infinite miglia di deserto potevano soggiogare.
 Con un nuovo senso di responsabilità volse lo sguardo verso il terreno circostante, studiando la prossima mossa.

Sam sa che non torneranno vivi dal loro viaggio, e sa che probabilmente non arriveranno neanche alla sua conclusione, ma la sua volontà viene ridestata dalla consapevolezza che il suo ruolo nell'impresa è proprio questo, ed è il suo senso di responsabilità a muovere i suoi passi. Il vigore del piccolo Hobbit è dato da una acquisita coscienza della propria funzione nel campo da gioco nel quale tutti sono calati, e da una speranza verso qualcosa che non promette a nessuno un lieto fine, ma nasce dalla fede nelle azioni che vengono compiute per la giustezza e la bontà di esse, al di là della loro effettiva utilità nel grande disegno

Sam e Frodo non hanno nessuna certezza di arrivare a gettare l'anello nella voragine del Monte Fato, ma i loro corpi sono mossi dalla forza travolgente della responsabilità e della consapevolezza, perché l'opera di Tolkien è di fatto un'opera di responsabilità e consapevolezza, che in questo capitolo prende piede sotto forma di forte volontà per la speranza di un futuro che può essere costruito solo partendo dalla distruzione dell'Anello per opera di due piccole creature «in un mondo molto vasto».

E dunque attraverso un racconto lento, evocativo di un luogo veramente ostico e di sentimenti trasformati in paure e tremori, J.R.R. Tolkien porta lentamente il lettore verso il culmine di questo viaggio dei due piccoli Hobbit, tentennando, placandosi per poi dare qualche attimo di adrenalina alla scrittura, spostando su di esso il peso stesso dell'ultima parte del cammino. Leggere questo capitolo da una sensazione molto strana, come se ci si trovasse in una situazione nella quale si ha solo la parvenza di spostarsi. Il Monte Fato è ancora così lontano, la sua porta d'entrata sembra una meta incredibilmente remota e l'occhio di Sauron da l'idea di poter spostare il proprio sguardo sui piccoli eroi da un momento all'altro.
Non c'è più niente in Sam e Frodo. La bocca del primo è «riarsa» e la sua lingua sembra essere «grossa e gonfia», la bocca e la mente dell'altro non ricordano «il sapore del cibo, né il gusto dell'acqua, né il rumore del vento, né il ricordo dell'erba, albero o fiore, né l'immagine della luna e delle stelle». Illusione e razionalità si alternano nella mente di entrambi confondendo la realtà con la finzione, facendoli inciampare, barcollare, piangere. 

Lo strazio di quest'ultima parte del capitolo viene bruscamente interrotto nell'impeto finale nel quale il fuoco interiore dei due viene condensato in un ultimo grande "sprint" verso la meta, verso la voragine di fuoco dalla quale è stato creato l'Anello, l'ultima vera tappa del viaggio che mette insieme le vite di tutte le razze della Terra di Mezzo.


«Sono felice che tu sia qui con me. Qui, alla fine di ogni cosa, Sam.»

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