[TRA CINEMA E PITTURA] "Lo specchio": Andrej Tarkovskij incontra Pieter Bruegel il Vecchio. - La tomba per le lucciole

[TRA CINEMA E PITTURA] "Lo specchio": Andrej Tarkovskij incontra Pieter Bruegel il Vecchio.

Eccoci con un nuovo capitolo di "Tra Cinema e Pittura", la rubrica nella quale metteremo a paragone ed analizzeremo scene, frames, sequenze di film con opere pittoriche alle quali i registi si sono ispirati per le loro pellicole. 

Il film che prenderemo in esame è Lo Specchio(Zerkalo), del 1975, scritto e diretto da Andrej Tarkovskij.

L'artista che prenderemo in esame è Pieter Bruegel il Vecchio.




E' chiaro, già dopo la prima visione, come "Lo specchio" sia un film che abbandona - quasi - totalmente la narrazione per lasciare spazio alle immagini, per lasciare allo spettatore il - in questo caso arduo - compito di andare oltre ad esse e non fermarsi semplicemente a "guardare".
Alle successive visioni il racconto risulta - nei limiti del possibile - più chiaro, e le immagini appaiono impregnate maggiormente di quella sensibilità che Andrej Tarkovskij, dall'altro della sua abilità compositiva, ha voluto conferire alle potenti riprese di questa pellicola, rifacendosi più volte, praticamente o solo a livello di citazione, ad importanti pittori del passato.

Nel film più volte il protagonista avrà a che fare - per esempio - con i disegni di Leonardo da Vinci, nonché con il suo ritratto di Ginevra Benci

E’ impossibile esprimere la sensazione finale che questo ritratto produce su di noi. E’ persino impossibile dire con sicurezza se questa donna ci piace o non ci piace, se è simpatica o sgradevole. Ella ci attira e ci ripugna. In lei c’è qualcosa di inesprimibilmente bello e, nello stesso tempo, di ripugnante, di diabolico. Ma di diabolico tutt’altro che nel senso attraente del romanticismo. Semplicemente qualcosa che è al di là del bene e del male. Si tratta di un fascino col segno negativo: in lei c’è quasi un che di degenere e di stupendo.

Ma non è di questo che parleremo nell'articolo, in quanto il discorso relativo a Da Vinci sarebbe stato più improntato verso una comparazione che avrebbe portato a vertere eccessivamente su aspetti precisi della vita del regista, indispensabili per poter cogliere innumerevoli elementi del film, ma che avrebbero allontanato - a mio avviso - troppo l'analisi dal piano storico-artistico per concentrarsi maggiormente su quello psicologico. 
Fermo restando che nulla mi vieta in futuro di tornare su questo aspetto del rapporto di Tarkovskij con il quadro di Da Vinci

Ci concentreremo dunque su Pieter Bruegel il Vecchio(1528/30-1569), uno dei più importanti pittori fiamminghi, e su una delle 12 tavole facente parte di una serie su mesi dell'anno, intitolata "I cacciatori nella neve".
Autore: Pieter Bruegel il Vecchio
Titolo: I cacciatori nella neve
Data: 1565
UbicazioneKunsthistorisches Museum, Vienna
Tecnica: Olio su tavola
Dimensioni117 x 162 cm
Queste 12 tavole, delle quali se ne conservano ora solo 5, sarebbero dovute essere destinate alla casa di Niclaes Jonghelinck. 
La tavola di cui parliamo oggi è probabilmente quella rappresentante il mese di Gennaio, data anche la sua composizione che, presentando una così netta diagonale che parte dalla parte alta a sinistra della tavola, porta ad identificare il dipinto come quello iniziale della serie. 

Ciò che colpisce subito dell'opera è la maestosità e la vastità dello spazio rappresentato. La minuzia visiva e l'incredibile abilità tecnica di Bruegel creano un ambiente estremamente profondo e dettagliato, nel quale ogni elemento è disposto in un preciso punto, in modo da isolare ogni uomo, animale, albero, edificio, dal resto(non a caso più volte i dettagli delle opere del pittore olandese sono stati riprodotti come quadri a sé stanti), senza mai venir meno all'armonia compositiva precisa, ragionata, schematica, senza dare mai, però, l'idea di uno spazio eccessivamente costruito e artificioso

Ciò che infatti caratterizza l'opera di Pieter Bruegel è l'incredibile naturalezza con la quale tutto viene rappresentato, dai bambini che giocano sul ghiaccio, ai contadini che attraverso una scala tentando di salire su un tetto innevato per spegnere un incendio(consiglio vivamente di aprire l'immagine in un'altra scheda e zoomarla molto per poter osservare - o meglio, ammirare - come la perizia del pittore non si limiti solo alle figure in primo piano, considerate erroneamente di primaria importanza).

Lo sguardo dello spettatore viene dolcemente spostato da sinistra a destra grazie alla diagonale creata dalla collina dalla quale si affacciano i cacciatori, per salire poi sulle spigolose montagne innevate, fino ad arrivare all'ampio spazio ghiacciato nel quale più persone svolgono diverse attività: dei ragazzini giocano con le trottole, altri più piccoli si rincorrono, due innamorati pattinano tenendosi per mano, c'è chi gioca a quello che oggi chiameremmo "hockey", e anche una figura anziana col suo cane seduta sul bordo della distesa ghiacciata ad osservare questo peculiare "spettacolo". 
Non c'è da sorvolare su altre attività svolte nel paesino, come il trasporto di merci su carri trainati da cavalli, la raccolta di ramoscelli(probabilmente per un focolare), oltre ai già citati cacciatori e a chi si accinge a strinare il maiale.

Tutto ciò ci viene presentato in maniera incredibilmente pulita e chiara(come detto sopra), complice anche il colore, che, seppur mantenendo colori freddi, crea contrapposizione tra il bianco candido della neve, e il colore scuro degli alberi, in un continuo gioco di opposti che si esaltano a vicenda, esaltando ogni singolo uomo, bambino o animale sulla scena(anche gli elementi più piccoli, infatti, hanno bisogno di poche pennellate per essere comunque molto chiari).

Bruegel è legato al concetto medievale dell'uomo che è dipendente dal ciclo dell'anno, quindi ci presenta una scena in cui ogni attività è legata alla stagione nella quale gli uomini di questo piccolo paese vivono, ma fa in realtà molto di più: ci mostra moltissimi momenti della vita, che vanno dal gioco, all'amore, al dovere, alla sopravvivenza, alla difficoltà, alla quiete. Tutto ciò che concerne la vita di un uomo viene rappresentato in questo incredibilmente grande microcosmo(ossimoro che ritengo adatto a descrivere questa tavola), "abbracciato" dalle due diagonali formate dalla collina a sinistra e dalle montagne a destra, che, bilanciandosi a vicenda, conferiscono all'opera una stabilità compositiva eccezionale, trasportando a primo impatto l'occhio del fruitore sulla parte centrale, lasciandolo successivamente libero di spostarsi all'interno di questo maestoso dipinto che in realtà è molto più grande della sua dimensione fisica.

Nota: i picchi dipinti sono ispirati da suoi disegni prodotti nei suoi viaggi al sud e soprattutto da una sua serie di incisioni pubblicata nel 1560. Bruegel rimase impressionato dalle montagne Italiane durante un suo viaggio. Italia che per lui significò "disegno del paesaggio".
Tarkovskij in questa scena (ri)costruisce un ambiente identico, nella composizione(meno nella presenza degli elementi), alla tavola di Pieter Bruegel, contestualizzando il tutto, però, nell'ottica del suo film, dei suoi personaggi, della sua narrazione.
Narrazione che, data la sua non-linearità ci permette - paradossalmente - di analizzarla senza dover ricorrere ad eccessivi rimandi ad altri momenti del film, che avrebbero portato ad un troppo distacco dal punto principale del discorso.

Questa destrutturazione narrativa inoltre è coerente con quanto presente nel concetto delle 12 tavole di Bruegel e nell'opera che stiamo trattando in particolare. Infatti, come ne "I cacciatori nella neve", anche ne "Lo specchio" nessuna scena si pone al di sopra di altre, nessun elemento è più importante degli altri, proprio come le figure in primo piano del dipinto non sono più importanti delle figure in lontananza, e nessuna delle 12 tavole ha maggiore riguardo rispetto alle altre.

"Lo specchio" non è altro che un racconto autobiografico, che lavora su piani contrapposti, quali l'alternanza tra l'età adulta e quella giovanile, nonché sul caos e la quiete(numerosissimi sono tali contrasti in scene come quelle rappresentati immagini di repertorio sulla guerra - nelle quali tra l'altro si colloca questo particolare frame - che passano dal mostrare l'ipotetico corpo devastato di un deceduto Hitler in immagini di particolare crudezza, ai festeggiamenti per la fine della guerra), intrecciandosi e alternando il ritmo del film, che va da scene fortemente espressive e altre estremamente asettiche. Allo stesso modo questo frame, esemplificativo di questo concetto, viene riproposto ad immagine e somiglianza de "I cacciatori nella neve", ponendo il ragazzo in un ambiente di apparente quiete sebbene incredibilmente minaccioso(non è forse il modo più adatto a descrivere la neve?).

Nonostante ciò la vita degli abitanti continua e vive in relazione alla stagione nella quale sono proiettati. Il mezzo cinematografico in questo caso può concentrarsi sui dettagli attraverso movimenti di macchina che allargano l'inquadratura man mano che il protagonista sale sulla collina, senza mancare di omaggiare il pittore fiammingo nella parte finale della sequenza, nella quale i personaggi sono disposti secondo lo stile de "I cacciatori nella neve", ben organizzati e lineari.

L'inquadratura rispetta la composizione di Bruegel e le sue linee di costruzione, nonché l'utilizzo dei suoi colori, della profondità del campo, e delle attività degli uomini sullo sfondo, creando due diagonali contrapposte che pongono, questa volta, l'attenzione sul ragazzo, sulla testa del quale si posa un passerotto, afferrato dolcemente dal ragazzo che, in una delle scene finali del film nel quale verrà presentato come adulto, lascerà volare libero.

Ne conveniamo che, come nell'idea alla base della tavola di Bruegel, questo frame rappresenti un punto cardine della vita dell'alter ego di Tarkovskij nel film, che, rifacendosi al pittore olandese, ci mostra lo stesso concetto di rappresentazione della vita, in tutti i suoi momenti, nel microcosmo di un paesino, in questo caso di un frammento della sua vita. Allo stesso modo in cui le 12 tavole di Pieter Bruegel il Vecchio avrebbero dovuto rappresentare lo scorrere della vita puntando il focus singolarmente su ogni mese, il regista sovietico in questa sequenza non fa altro che fissare su pellicola una delle tavole che, insieme alle "altre" proposte nel film, andrà a formare un'installazione artistica dei suoi diversi momenti della vita, tra contrasti, bianco e nero e colore, maturità e ingenuità, dolcezza e inflessibilità.

Tarkovskij dunque fa sua l'opera di Bruegel e, dove l'infinità quantità di dettagli della tavola mostra i limiti dell'inquadratura cinematografica, il problema viene oltrepassato dal registra attraverso lo zoom, il movimento, la riduzione "ad essenza" degli elementi dei quali ha bisogno in quel determinato contesto. L'uso che viene fatto degli uccelli per esempio viene plasmato e modellato, attribuendo loro(lui, in questo caso) un valore essenziale per l'associazione che ne farà poi durante la pellicola. 
In conclusione, la comprensione di tale rapporto tra la pittura di Pieter Bruegel il Vecchio e "Lo specchio" di Andrej Tarkovskij può essere colta a pieno dopo la visione del film per intero, in quanto il regista non omaggia semplicemente un grande artista, ma assorbe completamente la sua arte, se ne nutre, e la riproduce non solo a livello visivo, ma concettuale, cospargendo l'intera sua storia di un eco che arriva fino all'Olanda, per poi tornare in Russia sotto forma di arte cinematografica.






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