[RECENSIONE] "Rashomon": cos'è reale? - La tomba per le lucciole

[RECENSIONE] "Rashomon": cos'è reale?


Oggi non parliamo di un film giapponese qualsiasi, oggi parliamo del film giapponese per eccellenza. Quello che ha fatto conoscere il cinema nipponico(e Akira Kurosawa di conseguenza) in occidente.
Un film di una qualità tecnica che conosce pochi pari nella storia del cinema e metafora del relativismo, nonché ampia riflessione meta-cinematografica.


SCHEDA FILM
  • TITOLO: Rashomon (Rashōmon)
  • DATA DI USCITA: 1950
  • REGIA: Akira Kurosawa
  • SCENEGGIATURA: Akira Kurosawa Shinobu Hashimoto
  • TRAMA:


Un boscaiolo, un monaco e un passante, in una giornata di pioggia, si trovano a ripararsi sotto il Rashomon. Il boscaiolo racconta la storia di un processo che ruota attorno alle vicende di un bandito accusato di aver ucciso un samurai e di averne violentato la moglie. Ognuno dei diversi testimoni dà alla storia una versione diversa.

Rashomon è un film che esprime - nel suo modo di essere - completamente lo stile giapponese e la sua relativa arte. Un film breve, che si muove però lentamente e che rende onore alla sua storia. Un film che poco spazio concede alle parole per lasciare allo spettatore il compito di cogliere l'essenza delle immagini e andare oltre.


Rashomon infatti è anche rappresentazione di un Giappone post-seconda guerra mondiale, riproposto nel periodo Heian, anch'esso funestato da avvenimenti politico-militari che hanno scosso il paese dalle fondamenta.

Ogni testimone racconta dunque la sua versione dei fatti, assumendosi la colpa della morte del samurai ma attribuendo la colpa dell'intera circostanza agli altri.

Il film mette quindi in scena ogni avvenimento da un punto di vista oggettivo, e non soggettivo, sul fronte pratico ma non concettuale. 
Le riprese non vengono mai effettuate simulando la visione del testimone, e le inquadrature non mancano mai di mettere contemporaneamente in scena tutti gli elementi di cui si sta parlando, mostrando diverse storie che non presentano nessun tipo di indizio che possa portare a propendere per una delle versioni piuttosto che un'altra. La maestria di Kurosawa viene fuori in ogni singolo frame, dalle inquadrature fisse che non sovrappongono mai i personaggi in scena(nelle sequenze sotto il Rashomon i tre protagonisti sono disposti sempre secondo uno schema triangolare, per esempio) al rapido montaggio e alle carrellate delle scene d'azione(esemplari sono lo scontro tra il brigante e il samurai e le corse frenetiche nella foresta, tra gli arbusti). 

Montaggio sublime, che si muove perfettamente tra i 3 piani narrativi(i flashbacks, l'interrogatorio dei testimoni e i dialoghi tra i tre personaggi sotto il Rashomon) dimostrando estrema chiarezza e pulizia, senza intrecciarsi mai e creare sensazione di confusione nello spettatore. Più nel dettaglio l'eccelsa qualità del montaggio si vede nella quantità sopra la media delle inquadrature del film(di gran lunga maggiori di una normale pellicola del tempo) che vengono legate tra loro con una soluzione di continuità che pochissimi oltre a Kurosawa riescono a raggiungere, senza mai arrivare al tocco incredibile del maestro

La razionalità e lo schema sono alla base di Rashomon, nel quale la geometria e la matematica governano l'impianto narrativo e visivo, a partire dal numero 3 per poi arrivare ai tagli di luce e alla composizione delle forme sullo spazio rigorosamente verticali oppure orizzontali. I personaggi si muovono dentro una foresta di altissimi alberi che creano una griglia verticale all'interno della quale il brigante e il samurai combattono in un duello che viene composto e decomposto dal racconto dei testimoni, che lo tratteggiano prima con caratteristiche nobili di uno scontro tra spadaccini, e lo tratteggiano poi come un'azzuffata tra la terra e le foglie.

Elemento essenziale è il sonoro, che viene costruito meticolosamente per accompagnare ciò che accade sullo schermo, esaltarlo, sensibilizzarlo, accostando pezzi tipicamente orientali a suoni della natura, per poi passare al silenzio più totale e spezzare il tutto con il fragoroso rumore della pioggia sulla "Porta delle Mura Difensive". 


Il suono a livello cinematografico non è mai solo d'accompagnamento, non è solamente quello che la macchina del suono cattura mentre si gira la scena. Il vero sonoro non si limita ad accompagnare le immagini, le moltiplica.

Mi piacciono le immagini in silenzio e ho sempre cercato di ricreare una parte di questa bellezza. Ci riflettei su, ed arrivai a questa conclusione: una delle tecniche utilizzate dall'arte moderna è la semplificazione, quindi pensai di semplificare questo film il più possibile. 

Gli attori svolgono tutti quanti un lavoro incredibile, complice l'usanza di Kurosawa di vivere con il suo staff per un certo periodo di tempo al fine di costruire un'intesa solida tra gli uomini, prima che tra attori/personaggi. 
Toshirō Mifune e Takashi Shimura indubbiamente spiccano sul resto del cast, caratterizzando due personaggi attraverso tratti distintivi(tic nervosi o espressioni cariche e ripetute più volte nel corso del film) che delineano la psicologia di essi senza ricorrere ad espedienti narrativi di cui il cinema giapponese poco si è servito nella sua storia.
Le loro interpretazioni raggiungono i picchi più alti nel momento dell'interrogatorio, nel momento del racconto della storia, quando gli attori sono davanti ad un inquisitore che non esiste nel film, che non parla, che non si vede. Perché gli inquisitori di questa storia siamo noi.

Un'interpretazione non così tanto campata in aria è quella legata al concetto di relativismo in quella che è stata la Seconda Guerra Mondiale(e al concetto di guerra in generale), nella quale le parti in gioco difendono i propri interessi giustificando le proprie azioni in un'ottica di dicotomia tra verità e falsità, realtà o finzione. Concetti che non possono essere separati in quanto non universali, quindi posti in una condizione in cui il discernimento è praticamente impossibile, come è impossibile decidere chi è stato la causa della morte del samurai.

Akira Kurosawa eleva ad universale questa storia, fino ad arrivare addirittura ad applicarla al cinema, strumento che mette in scena degli eventi che spesso e volentieri sono considerati veritieri a priori dallo spettatore, che non considera che dietro alla pellicola c'è stata una manipolazione da parte di un altro(o di altri) essere(i) umano(i). Il regista vuole quindi sottolineare come il mezzo cinematografico possa ingannare attraverso i suoi meccanismi peculiari, come le inquadrature in soggettiva(che prediligono il punto di vista di un determinato personaggio) o il montaggio(che esalta alcune sequenze piuttosto che altre).

Il film si chiude con un messaggio di speranza verso l'umanità, appena uscita da un conflitto mondiale e che deve rialzarsi e ricostruire, assumersi le sue responsabilità e agire di conseguenza.

Perché in fondo Rashomon è un film sulla responsabilità, sull'egoismo dell'uomo che non vuole ammettere a se stesso ciò che è in realtà, nei meandri più profondi della sua anima. 

Un film a carattere universale, che racconta qualcosa di nuovo ad ogni visione, che da la parvenza di avere una chiara idea sulle cose, ma che si dimostra asettico ed egoista, proprio come gli uomini della sua storia. 
Solo nel finale, la pellicola abbandona la sua apatia nei confronti dello spettatore e ci dice chiaramente che si può andare oltre a tutto ciò e che la rinascita è una delle tante vie che possiamo seguire per elevarci, come uomini e come umanità.



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