[RECENSIONE CULT] "Vivere": l'impegno morale di un piccolo grande eroe. - La tomba per le lucciole

[RECENSIONE CULT] "Vivere": l'impegno morale di un piccolo grande eroe.

L'impatto che può avere Vivere su chi, come me, lo ha visto dopo altri famosi titoli di Kurosawa ambientati in epoche passate, con samurai, grandi regni, eserciti e visioni fantastiche, può disorientare lo spettatore che si trova davanti un film estremamente pacato, molto vicino ad Ozu, contemplativo, ricco di sfaccettature leggere, quasi impercettibili, raccontate attraverso una storia realista, priva di elementi onirici o epici. 
Spero, con questo articolo, di rendere giustizia(o quantomeno di non mancare di rispetto) ad una pellicola della quale ho timore di parlare, perché non voglio che venga "sporcata" dalle parole di una persona che tenta di esprimere con un ammasso di lettere una storia la cui universalità non dovrebbe essere racchiusa in qualche riga. 

SCHEDA FILM
  • TITOLO: Vivere (Ikiru)
  • DATA DI USCITA: 1952
  • REGIA: Akira Kurosawa
  • SCENEGGIATURA: Akira Kurosawa
  • TRAMA:

Il vedovo Watanabe, capoufficio della sezione civile, conduce da trent' anni la sua routine in ufficio. Quando apprende di avere un cancro allo stomaco la sua esistenza subisce una svolta.
Vivere è un film vero, un film universale, che seppur ambientato negli anni '50 rispecchia anche la società in cui tutt'ora viviamo.
Da cosa deriva questa sua grandezza fuori dal tempo? Semplice: Vivere parla di un uomo, non diverso da qualsiasi altro sulla Terra in qualsiasi altro luogo o contesto storico. Parla di come la vita debba essere vissuta, e che il tempo che abbiamo a disposizione è breve. Tanto. Troppo. Ognuno trova un senso alla propria vita attraverso diverse strade, quali l'arte per esempio. Allora perché Kurosawa non ci racconta le vicende di un pittore, o di un poeta? Perché non ci racconta di come gli artisti diano senso alla propria vita materializzando emozioni e creando opere che rimarranno per sempre nella storia?
Perché non tutti gli uomini sono artisti. Ma tutti gli artisti sono uomini. E Watanabe è un uomo

E' per me davvero difficilissimo parlare di un film così poetico, in cui le parole non sono altro che dei contorni alla potenza visiva ed espressiva di Akira Kurosawa e Takashi Shimura, che da un'interpretazione strabiliante.
E mancherei di rispetto al film stesso se cercassi di "spiegarlo". La pellicola va vissuta prima di esser vista; va assaporata. Va, purtroppo, accettata. 
Perché Watanabe diventa un grande uomo, inizia a vivere, ma è comunque il tempo a vincere. 
E come ci dice la voce fuori campo all'inizio del film, "il nostro eroe" non ha tempo. 
Per colpa di un sistema che porta i lavoratori ad uno stato di totale alienazione, il protagonista non si rende conto che è proprio nel suo lavoro che sta la chiave per vivere la propria vita e per non guardare semplicemente le lancette dell'orologio muoversi incessantemente.
Vivere è una pellicola sulle opportunità sprecate, su quelle che possono essere ancora colte, sull'importanza della volontà stessa dell'individuo di riuscire a dare alla propria vita un senso. 

La struttura narrativa del film è innovativa e geniale. Nella prima metà vediamo la crescente amarezza data dalla consapevolezza dell'imminente morte, nella quale il protagonista crede di poter motivare la sua esistenza tramite tutto ciò che non ha mai fatto, per poi realizzare qual è il vero segreto per vivere e non per esistere semplicemente. La scena si sposta direttamente al funerale di Watanabe. Da qui in poi tutta la seconda parte sarà strutturata su quella che è la base di un altro capolavoro di Kurosawa, Rashomon(1950), ricostruendo i mesi finali della vita dell'impiegato attraverso le testimonianze di quel gruppo di uomini, che bevendo e ubriacandosi, iniziano a capire quanto la sua vita sia stata, in qualche mese, vissuta meglio delle intere vite di borghesi alienati, avidi, corrotti e sporchi nell'anima. 

La regia di Kurosawa non è neanche da analizzare. Il decoro e la compostezza che permea tutta la parte visiva del film è asservita completamente al racconto di una storia toccante, triste, incredibilmente ottimistica nel suo essere pessimistica. 

Ciò che ci fa vivere è l'impegno che mettiamo in ciò in cui crediamo, che facciamo e che ci piace fare. Viviamo quando la nostra vita non diventa un mero ticchettio di lancette.
Watanabe è un piccolo grande eroe, che attraverso il suo impegno non ha lasciato niente all'ufficio e alle persone con cui ha condiviso gran parte della sua vita per 25 anni, ma ha lasciato quanto di più importante possa esserci per dei bambini: un parco giochi. 
E come la dolce Toyo, unica amica e vera compagna della parte finale della vita dell'impiegato, si sente vicina a tutti i ragazzini del Giappone costruendo dei semplici giocattoli per diletto, allo stesso modo il rinato Watanabe lascia questo mondo dando un caloroso abbraccio a chi dopo di lui potrà prendere la propria vita e viverla, partendo dalle cose semplici, come una piccola altalena, dove il nostro protagonista terminerà il suo viaggio, dopo aver dato un senso alla sua vita tramite un impegno morale ed umano.


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