[TRA CINEMA E PITTURA] "Manhattan": Woody Allen incontra Edward Hopper - La tomba per le lucciole

[TRA CINEMA E PITTURA] "Manhattan": Woody Allen incontra Edward Hopper

Eccomi con un nuovo capitolo di "Tra Cinema e Pittura", la rubrica in cui metterò a paragone ed analizzerò scene, frames, sequenze di film con opere pittoriche alle quali i registi si sono ispirati per le loro pellicole. 

Il film che prenderò in esame è "Manhattan", del 1979, scritto e diretto da Woody Allen.



Manhattan è il punto più alto della filmografia di Woody Allen, a partire dalla parte visiva che gode di una fotografia splendida, adatta ad una città "che esisteva in bianco e nero e pulsava dei grandi motivi di George Gershwin", insieme ad una regia intrisa dell'amore di Allen per la sua New York. 
Una pellicola cinica, nichilista, dolce, nella quale viene fuori all'ennesima potenza il più grande commediografo degli ultimi 40 anni.

Isaac Davis è un commediografo televisivo, appena divorziato da sua moglie Jill, che vive a New York, la città che ama e su cui sta scrivendo un libro. Isaac si ritrova 42enne fidanzato con una studente 17enne, Tracy. Nel frattempo Yale, professore universitario e migliore amico di Isaac, è sposato con Emily, ma da poco esce con un'amante, Mary. Inizialmente all'interno del gruppo di amici Isaac e Mary sembrano non andare d'accordo, ma in seguito i dubbi e le ansie di Isaac riguardo la sua prematura relazione con Tracy gli faranno cambiare idea, non senza conseguenze per i suoi rapporti.


Hopper attraversa un periodo che vede la trasformazione del mondo, e in particolare degli Stati Uniti, con una velocità e una prepotenza senza precedenti, con l'avvio di processi urbani e scientifici viaggianti ad una velocità insostenibile, destinati a cambiare definitivamente la struttura fisica quando mentale delle nazioni. 
Lo stile di Hopper prende a piene mani dall'Impressionismo francese, vero "maestro" della sua produzione, da Monet a Degas a Renoir. Ciò che lo distingue dalla produzione europea è una scelta tecnica/compositiva più realista e quadrata, con pennellate più delineate e composizioni più ragionate. 
La sua peculiarità sta nel rappresentare con estremo realismo scene alienanti, eteree, luminose eppure estremamente tristi e vuote. 
Il suo impressionismo sta nel catturare il cambiamento della vita della società Americana in preda ad un progresso a cui non era pronta e che ha difficoltà a tenerne il passo. La natura, nei quadri dell'ultimo periodo della sua vita(al ritorno proprio dall'Europa, in particolare Parigi) viene affiancata ad elementi imponenti come strade, palazzi, ponti. Imponenti, ma mai sovrastanti. 
Hopper non elogia il progresso, non tesse le lodi dei numerosi ingegneri e architetti che hanno contribuito a rendere New York come la conosciamo oggi, ma svolge, attraverso la sua pittura, una riflessione sulla convivenza di abitudini comuni e di progresso incontrollato. Il Queensborough Bridge viene affiancato ad elementi molto piccoli, che contrastano in dimensioni con quello che è diventato uno dei simboli di Manhattan. 
Il tratto è rapido ma comunque ben calibrato, in bilico tra una ricerca di accademismo e un movimento istintivo tipico impressionista. La mescolanza stessa dei colori rimanda allo stile francese, con colori mescolati direttamente sulla tela e non sulla tavolozza. I colori diventano elementi essenziali per evidenziare il materiale di cui sono fatti gli elementi della composizione: Grigio e azzurro identificano il metallo, lo skyline della nuova città in crescita. Verde e giallo delineano il legno con cui è costruita la villetta circondata da alberi, simbolo di un'era che sta passando per lasciare il posto ad un'altra. 
Il realismo di Hopper può quasi essere definito "metafisico"(che è un ossimoro di fatto) in quanto la composizione non ha alcun interesse nel mostrare passivamente e staticamente ciò che si vede, ma ciò che il pittore sente e percepisce da quello che di fatto si trova davanti a lui.


Non dipingo quello che vedo, ma quello che provo.

Questa opera di Hopper, come del resto tutte le altre opere del suo ultimo periodo, è estremamente silenziosa, malinconica, priva di elementi superficiali che sarebbero divenuti semplice dimostrazione di abilità tecnica, cosa a cui Hopper non ambiva. La sua rappresentazione unisce la forma alla sostanza, la poesia alla pittura. 


"C’è ad esempio, l’elemento del silenzio, che sembra pervadere tutti i suoi lavori importanti, qualunque sia la loro tecnica. Questo silenzio o, come è stato detto efficacemente, questa dimensione di ascolto, è evidente nei quadri in cui compare l’uomo, ma anche in quelli in cui ci sono solo architetture."


Ciò che più avvicina i due artisti qui trattati è l'amore per la città di New York, decadente, sporca, ultra tecnologica, piena di fumi, ma incredibilmente bella e poetica. 
Woody Allen riprende la composizione di Hopper spostando la visione della scena dalla prima persona alla terza, inquadrando se stesso e Diane Keaton di spalle, nell'atto di ammirare il ponte sulla cinquantanovesima strada. Ciò che gioca un ruolo di estrema importanza nell'inquadratura è la fotografia, che si "sostituisce" alla resa cromatica di Hopper, scurendo completamente gli elementi sul piano più vicino allo spettatore, creando delle vere e proprie sagome, immobili e piccole davanti al tripudio di toni di grigio della struttura, vera e propria protagonista del quadro cinematografico. 
La sequenza è accompagnata dalle musiche di George Gershwin, che rendono ancora più poetica e intrisa di emozioni l'immagine. Immagine che tuttavia annulla i suoni, dotata di una potenza espressiva che trascende suoni esterni.
La composizione dell'inquadratura è volutamente sbilanciata, la volontà del regista di porre il ponte in cima alla scala di importanza visiva è palese. Nella sua asimmetria però il quadro è estremamente armonico, aiutato dalle linee morbide degli archi e della struttura del ponte stesso che accompagnano lo sguardo da sinistra a destra per poi tornare sulle figure sedute, che stanno parlando ma che in realtà sono in silenzio.

Woody Allen ed Edward Hopper sono stati di fondamentale importanza per la rappresentazione della solitudine dell'uomo e per il suo disagio esistenziale, uno esprimendola attraverso le parole, l'altro attraverso le immagini. Entrambi dotati di uno stile tagliente, deciso, cinico, hanno reso New York lo sfondo per le loro storie. Sarebbero andati probabilmente molto d'accordo.


"Era troppo romantico riguardo a Manhattan, come lo era riguardo a tutto il resto: trovava vigore nel febbrile andirivieni della folla e del traffico. Per lui New York significava belle donne, tipi in gamba che apparivano rotti a qualsiasi navigazione..." Eh no, stantio, roba stantia, di gusto... insomma, dai, impegnati un po' di più... da capo. Capitolo primo: "Adorava New York. Per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea: la stessa carenza di integrità individuale che porta tanta gente a cercare facili strade stava rapidamente trasformando la città dei suoi sogni in una..." Non sarà troppo predicatorio? Insomma, guardiamoci in faccia: io questo libro lo devo vendere. Capitolo primo: "Adorava New York, anche se per lui era una metafora della decadenza della cultura contemporanea. Com'era difficile esistere, in una società desensibilizzata dalla droga, dalla musica a tutto volume, televisione, crimine, immondizia..." Troppo arrabbiato. Non devo essere arrabbiato. Capitolo primo: "Era duro e romantico come la città che amava. Dietro i suoi occhiali dalla montatura nera, acquattata ma pronta al balzo, la potenza sessuale di una tigre..." No, aspetta, ci sono: "New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata."

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